le_muse_inquietanti

Nel mondo dell’architettura oggi si ha quasi il timore di pronunciare il termine classico, per paura forse di facili fraintedimenti. Probabilmente si ha anche l’impressione che il termine possa richiamare un passato epico ricco di forme ampollose e obsolete che non si ha nessuna voglia di rievocare e che mal si conciliano con una professione tutta volta verso un “futuro glorioso”. Conseguenza di ciò è una persistente perdita di interesse verso tutto quello che derivi dal passato delegato semplicemente alla curiosità degli storici e dei filologi. Per superare tali equivoci insiti nel termine classico mi viene in mente la lezione di Giovanni Michelucci. Le sue parole ci aiutano a capire cos’è veramente l’architettura classica o meglio la classicità dell’architettura che è di ogni epoca, vista come rapporto profondissimo e inequivoco con la natura, che interpreta appropriandola all’oggetto che nasce per gli uomini.

“Dopo aver copiato nella scuola artistica, da testi e da modelli in gesso le scanalature delle colonne classiche, tutte ricostruite geometricamente, io ritenevo queste scanalature una preziosa raffinatezza formale. Ma un giorno vidi queste colonne originali marmoree a contatto della roccia su cui poggiavano. Sul canto vivo del marmo, fra scanalatura e scanalatura batteva il sole e determinava all’opposto lato un’ombra trasparente e penetrante nella materia pregiata. Questa forma ricca di una modulazione sottilissima e la materia stessa poste così a contatto della roccia naturale mi rivelarono non una raffinatezza formale, come avevo creduto fino allora, ma un rapporto per me inatteso che valorizzava l’opera dell’uomo e la natura; o meglio, che precisava i termini di un’armoniosa collaborazione fra l’una e l’altra. Era la rivelazione di un colloquio fra l’uomo (quell’uomo di quel certo tempo, con la sua vita particolare, le sue leggi morali, la sua libertà interiore) e la natura stessa. E da quel colloquio che scopriva e riscopriva una esigenza primordiale e vitale dell’uomo, io capii il valore di una forma classica: la precisa responsabilità di ogni termine usato, il controllo intellettuale, la profonda interpretazione della natura, l’altezza del sentimento e l’universalità della visione del mondo che è in essa. Mi resi conto che la tradizione era in questa posizione dell’artefice rispetto all’opera non sua soltanto, ma di una città e di un tempo storico.”

Tratto da: Giovanni Michelucci “Brunelleschi mago”