KYOTO3PALAZZO_IMPERIALE_DI_KYOTO

Ad ogni viaggio, ad ogni partenza ci sarà sicuramente capitato di provare una maggiore sensibilità. Come se si risvegliassero nuove percezioni, visive, olfattive, tattili che ci dischiudono un panorama, quasi sempre pieno di dettagli, anche e apparentemente insignificanti.
Vorremmo partire questo nostro viaggio da una delle terre più lontane dal nostro modo di vivere e dal nostro senso comune quale è ancora oggi il Giappone. Per fare ciò avevamo bisogno di farci introdurre da chi quel mondo l’ha conosciuto e compreso come Italo Cavino in uno dei passi in cui descrive il palazzo imperiale di Kyoto che tanto impressionò architetti quali Bruno Taut o F. L.Wright, solo per citarne alcuni.

“Le sale del palazzo imperiale, molte volte distrutte e ricostruite durante i dieci secoli in cui la corte risiedette qui a Kyoto, si vedono dal di fuori, attraverso le porte scorrevoli aperte, come un palcoscenico di teatro. Una stuoia più alta delle altre sul pavimento segna il posto che era riservato all’imperatore. La casa giapponese, e così la reggia, è un seguito di sale vuote e corridoi, con stuoie invece di mobili, senza sedie né letti né tavoli, dove non si sta mai in piedi ne seduti ma solo accoccolati o inginocchiati, con pochi oggetti posati al suolo o su bassi sgabelli o su nicchie: un vaso con pochi rami, una teiera, un paravento dipinto. Da questo modello di casa sembra allontanata ogni traccia del vivere, il greve peso delle esistenze che si materializza nelle nostri suppellettili e impregna ogni ambiente occidentale. Visitando i palazzi della corte di Kyoto o dei grandi feudatari, viene da domandarsi se quest’ideale estetico e morale dello spoglio e del disadorno fosse realizzabile solo al culmine dell’autorità e della ricchezza e presupponesse altre case gremite di persone e strumenti e cianfrusaglie e rottami, con odore di fritto, di sudore, di sonno, cariche di malumore, d’imprecazioni, di fretta, dove si sbucciavano i piselli, si tagliavano i pesci, si rammendavano le calze, si lavavano le lenzuola, si vuotavano i vasi da notte… Queste ville di Kyoto, siano esse state abitate da sovrani regnanti o in ritiro, comunicano l’idea che sia possibile vivere in un mondo a parte da quello che è il mondo, al riparo dalla storia catastrofica e incongrua, un luogo che rispecchi il paesaggio della mente del saggio, liberata da ogni passione e ogni nevrosi…” (tratto da: Il rovescio del sublime di I.Calvino)

Mario Sirano