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Quando si provava a chiedere a Picasso da dove traesse la sua inestinguibile vena creativa, egli soleva rispondere con aria infastidita “Je ne cherche pas, je trouve,” intendendo dire con questo che egli scopre più che inventa, mette in luce attraverso il delicato e complesso processo progettuale realtà più profonde che già animano l’universo. Oggi in un mondo culturalmente sempre più povero sembra che l’unica accezione positiva, l’ultimo valore condiviso che trae linfa dalla novità ad ogni costo è quello della creatività, o del significato paradossale che questa società gli attribuisce. E così che tutti gli artisti, pubblicitari, designer, vetrinisti, architetti, parrucchieri, manager, stilisti, ecc. sono diventati concorrenti del grande spettacolo della creatività che va in onda ogni giorno sui canali roboanti dei mass media. L’unica regola per essere udibili (e quindi vendibili) in questo stato di schizofrenia collettiva rimane stupire, essere diversi ad ogni costo, e dare libero sfogo al proprio ego, anche se questa presunta diversità produce solo il rumore indistinto dell’uniformità. L’opera è ridotta a comunicazione temporanea forse come speranza di mutamento o come suo surrogato.
Paul Klee amava sostenere “l’arte non rende più visibile ma acceca” perché i nostri contemporanei non vogliono più vedere ma solo essere visti? Si chiedeva con tanta lungimiranza Paul Virilio.

M.O. Soriano